43 – “Onna pereta fora o’ barcone”

8 07 2008

Stamattina mi collego garrulo alla home page di Google e scopro simpaticamente che qua a CT ci sono 43°.
Il titolo viene dalla Smorfia Napoletana, il significato è un po’ difficile da spiegare…
Ma dicevamo…ah sì, voi avete idea di cosa significhi fare qualsiasi cosa a questa temperatura? Muovi un piede, e sudi, scrivi, e sudi, studi, e sudi, suoni e sudi, mangi e sudi, sudi, e sudi…in realtà anche se non fai niente sudi. Si suda soltanto.
Nel frattempo gli esami pendono come una spada di Damocle sulla mia testa, anche se a quest’ora presumo che si sia squagliato il metallo. Solita tensione pre-esame, solita sensazione di non sapere un cavolo di niente. Ci si mette pure la materia che sembra un’Idra, più tagli teste (libri), più ne vengono fuori. Bastaaa.
Il caldo mi fa diventare scemo, più del solito, e così si alternano momenti di delirio totale, a momenti in cui mi trascino da una parte all’altra della stanza stile gnu della savana…solo che io non c’ho manco la pozza di fango in cui trovare refrigerio. Siccome stavo impazzendo e non aggiornavo il blog da un po’, mi sono preso dieci minuti di pausa (invece di bere il nono caffè, che prima o poi mi farà venire un infarto) per scrivere ‘ste due righe.

Oggi era una giornata da passare tutta nell’acqua.

Voglio andare al mare. Ma per davvero. Ancora poco…





Tandempost #4: La (ec)Citazione.

20 06 2008

“Quando una persona mi piace infinitamente non rivelo mai il suo nome, mi parrebbe di perderne una parte. […]
Le cose più comuni divengono deliziose, se appena si sappia nasconderle.”

Oscar Wilde.

Tandempost sul blog di Ari.





Tandempost #3: Maturando come le nespole.

19 06 2008

Sono passati ormai sette anni (come il macHallan?) da quando il vostro Griso ha superato il tanto agognato esame di Maturità. Proprio in questi giorni i maturandi 2008 stanno sostenendo le mitiche tre prove (che fa tanto Indiana Jones) per potersi fregiare dell’utilissimo titolo di “Diplomato in scuole medie superiori.”

Sono molti i ricordi di quei giorni. Gli scritti sono stati abbastanza tranquilli da affrontare, non ho avuto nessun tipo di tensione. Per quello di Italiano ricordo scrissi due parole precise su un foglietto mentre ero seduto sul cesso la sera prima, mentre vedevo il giorno dopo gente piena di cartucciere che nemmeno John Rambo per l’M-60. Erano giorni di caldo infernale ricordo, e io alternavo lo studio forsennato delle materie (visto che durante l’anno non avevo fatto nulla) alla lettura del Signore degli Anelli. Ecco, il fatto che oggi ricordi ancora milioni di particolari di quel libro e un bel niente di Storia e Filosofia vi fa capire con che spirito studiavo…

Allo scritto di Italiano io e il mio amico Dino rischiammo di arrivare in ritardo fermati dai vigili (proprio la mattina dell’esame! Che culo!), e vivevamo malissimo la paranoia dei posti migliori. Effettivamente quel giorno si rischio qualche amicizia per prendere i posti, ma riuscimmo a sederci. Ricordo che l’atmosfera era di quelle super-rilassate, da ultimo giorno di scuola. Arriva il foglio con le tracce, e tu hai le tue belle cinque ore a disposizione. CINQUE ORE! Ovviamente io scrissi tutto negli ultimi quaranti minuti, per il restante tempo con il mio amico Rino (sì, si chiamano tutti così, Dino, Rino, Pino, Gino…) facemmo soltanto casino.

Il compito di matematica è la cosa più nebulosa che ricordo. Se solo avessimo avuto una fotocopiatrice avremmo fatto di sicuro molto prima a consegnare tutti. Di sicuro è l’affronto alla mia stessa dignità che ricordo con più amarezza. Una figura di merda con me stesso quella di copiare tutto, ma vabbè… Indimenticabile la figura di Ciro Trocciola, che riuscì a girarsi completamente sul banco posteriore per copiare. Che classe! La prof di matematica invece si sentiva tanto una spia in missione quando doveva darci qualche suggerimento, e la vedevi passare con il passo del leopardo, rasente al muro, manco fosse inseguita dal KGB.

La terza prova fu il classico scempio. Nessuno sapeva niente, e la dimostrazione fu il voto più basso di tutti e tre gli scritti. Una vergogna, ma in fondo lo sapevamo che sarebbe andata così. Di contro era la prova più difficile, con meno tempo a disposizione (sì, per copiare).

L’orale fu il mio terrore. Fino a quel momento mantenni il massimo della tranquillità, ma il giorno dell’orale devo dire che me la stavo facendo sotto, ufficialmente. La mia tesina si intitolava “L’infinito nella scienza e nella letteratura”, una roba malsana natami in una di quelle nottate estive passate tra un forum, una chat e un sito porno. Tesina che ebbe successo (l’ho anche “rivenduta”). Il giorno dell’esame orale ero seduto lì davanti alla commissione. Si comincia con Italiano, la prof esterna. Me la cavo alla grande, e quindi la simpatica donna mi chiede di Latino “Le satire di Giovenale”, mentre la nostra presidente di commissione mangiava. Mangiava sempre. E ci mandava anche a comprare paste e dolci. Ma dicevamo, le satire di Giovenale. Argomento che nessuno sapeva e nessuno aveva studiato, io men che meno. Ma non mi sono fatto cogliere dal panico, e inventai tutto. Fortuna volle che beccassi le giuste risposte, o comunque riuscii a cavarmela. Storia e Filosofia non fu un gran problema, con il prof di Inglese non dissi una sola parola in Inglese, Scienze andò decisamente bene (sia matematica che fisica, che Geografia astronomica), mentre storia dell’arte fu uno scempio, nel senso che feci scena muta. Ma tutto è andato per il meglio, e alla fine della prova mi accorsi che mia mamma era venuta ad assistermi. Forse in ricordo della lavagna a casa e dei suoi insegnamenti alle elementari…ma questa è un’altra storia che un giorno racconterò.

Alla fine 80 (otto, otto, otto, pure qua!) stampato sul culo, e via dal Liceo, verso una carriera universitaria ricca di colpi di scena (eh eh eh).

Però dai ragazzi, alla fine di tutto, basta co’sta nostalgia, co’Venditti, co’sti ricordi del cacchio…

In bocca al lupo a tutti i maturandi comunque, che possiate passare al meglio questo inutile esame.

TANDEMPOST sul blog di Ari.





Tandempost#2: about:blank

18 06 2008

E’ l’incubo di ogni scrittore. Ti siedi davanti al tuo computer, le mani sulla tastiera, il simpatico cursore lampeggia come a dirti “e dai, scrivi, guardami come sono carino tutto lampeggiante, fammi muovere!”. Vaffanculo cursore di merda.
E cominci a vagare con la testa, alla ricerca di qualcosa di interessante da buttare giù.
Per noi bloggers poi la cosa è ancora peggio, visto che spesso ci si trova a voler aggiornare il blog con una certa frequenza. Il problema è proprio lì. Una volta che hai insultato tutti, che te la sei presa con il mondo intero, che hai raccontato quello che hai fatto in giornata, e persino di quella volta che ti è caduto lo spazzolino nel cesso, ti trovi a non saper che diavolo dire. E allora ecco che il simpatico cursore rimane lì a lampeggiare, mentre il blog mantiene la stessa pagina da diciotto settimane, e proprio non sai come riprenderlo in mano. Poi magari un giorno ti viene l’ispirazione, butti giù un pezzo che poi in fondo non è che ti faccia tanto schifo, e parte la mitica promessa “ah, ma da oggi lo aggiorno ogni giorno eh”. Tu lo sai che è una balla, i lettori lo sanno che è una balla, persino il cursore lampeggiante lo sa che rimarrà lì fermo a lampeggiare.
Poi ci sono i rari casi in cui proprio lo vuoi aggiornare per forza il blog…tra l’altro è proprio così che è nata l’idea del Tandemblog con la Ari, una maniera per “obbligarsi” a scrivere qualcosa.
E ci siamo trovati al secondo giorno di fronte all’ormai fatidica e damoclea pagina bianca. Vi risparmio le pessime idee che ci sono venute (che mi sono venute, in effetti oggi scegliere toccava a me), e quindi eccoci a parlare di quel vuoto.
Se si estende il discorso a tutte le “creazioni” in generale, è una cosa che, personalmente mi coglie spesso. A volte mi trovo a scrivere una canzone e a rimanere ore e ore a fissare il vuoto, in attesa dell’idea giusta. In effetti poi le cose migliori sono quelle che vengono d’improvviso, che ti travolgono, che devi per forza di cosa vomitare fuori. Ti metti lì, e butti giù tutto, a costo di rimanere ore attaccato alla tastiera. Ma sono rarissimi casi… la mia cartella "Scritti" nel PC è piena di racconti, romanzi, poesie e canzoni incompiuti, lasciati là a fare la polvere virtuale, in attesa che mi ritorni il giusto spirito. Il 90% delle volte non torna. Anzi diciamo il 95%… maledetto foglio bianco.

Beh, in compenso, caro amico cursore lampeggiante, oggi t’ho fregato, e siamo arrivati insieme alla fine del foglio, contento? Ti sei fatto una bella corsetta parlando del vuoto assoluto.

 

TANDEMPOST sul blog di Ari.





Tandempost #1: Listen, Feel

17 06 2008

Come quando fa freddo, e Robert Plant canta "But baby, since I’ve been loving you/ I’m about to lose my worried mind, oh, yeah…"

Come quando sei triste e senti Robert Smith che canta I hear her voice/ and start to run/ Into the trees/ Into the trees”.

Come quando sei incazzato con il mondo e Kurt urla go away! get away! get a-way!”.

Come quando fai l’amore con le note di The Great Gig in the Sky, e ti sembra di essere in paradiso.

Come quando sei strafatto e viaggi con Josh Nobody’s coming down the hall/ Nobody echoes in my head”.

Come quando vai a fare un esame e ti carichi con James Hetfield che ti strilla Come crawling faster/ obey your Master/ your life burns faster/ obey your Master” nelle cuffiette del lettore mp3.

Come quando ti addormenti mentre Jack White sussurra “i can tell that we are gonna be friends” .

Come quando ti lascia la donna che ami, e anche Tiziano ti fa commuovere mentre canta che non c’è tempo, non c’è spazio, mai nessuno capirà”.

Come quando Frank Black si chiede where is my mind?”, e ti vengono in mente serate meravigliose passate con gli amici, e hai la pelle d’oca.

Come quando ascolti Dave con ottantaseimila persone cantare “Everlong.”

Ecco cos’è la magia della musica.

TANDEMPOST sul blog di Ari.





Tandemblog – Ovvero, il punto di vista di Griso e Ari per una settimana.

16 06 2008

Dopo una lunga riunione (cinque minuti), nasce l’iniziativa che tutti (ma proprio tutti eh, anche il Papa) aspettavano! Io e la Ari proporremo per una settimana gli stessi argomenti sui nostri rispettivi blog, dai nostri due punti di vista esclusivi (più esclusivi di quelli di Fabrizio Corona!). Da domani a martedì prossimo potrete trovare una serie di argomenti visti dagli occhi di due dei più promettenti blogger dell’intera blogosfera (se se… ;-) ). In questa maniera cercheremo entrambi di far fronte alla mancata puntualità di aggiornamento dei nostri blog, e chissà che non venga fuori qualcosa di carino.

 

Intanto il link al blog della Ari (che trovate comunque a lato). A domani per il primo Tandempost.





Stanchezza…

12 06 2008

Quando non ho le parole per parlare di me, preferisco, come sapete, parlare tramite una canzone. Loro sono i Coldplay (un grazie a Rizzo che mi fece scoprire ‘sta canzone tempo fa). Se cliccate sul titolo la potete anche ascoltare. Più tardi scrivo qualcosa di più sensato se mi va, ora non ne ho le energie mentali.

 

‘Til Kindom comes – Coldplay

Steal my heart and hold my tongue.
I feel my time, my time has come.
Let me in, unlock the door.
I’ve never felt this way before.

The wheels just keep on turning,
The drummer begins to drum,
I don’t know which way I’m going,
I don’t know which way I’ve come.

Hold my head inside your hands,
I need someone who understands.
I need someone, someone who hears,
For you, I’ve waited all these years.

For you, I’d wait ’til kingdom come.
Until my day, my day is done.
And say you’ll come, and set me free,
Just say you’ll wait, you’ll wait for me.

In your tears and in your blood,
In your fire and in your flood,
I hear you laugh, I heard you say,
"I wouldn’t change a single thing."

The wheels just keep on turning,
The drummers begin to drum,
I don’t know which way I’m going,
I don’t know what I’ve become.

For you, I’d wait ’til kingdom come,
Until my days, my days are done.
Say you’ll come and set me free,
Just say you’ll wait, you’ll wait for me.
Just say you’ll wait, you’ll wait for me.
Just say you’ll wait, you’ll wait for me.

————————————————–

Traduzione

Ruba il mio cuore e fammi tacere
io sento che il momento, che il mio momento è arrivato
lasciami entrare, apri la porta
non mi sono mai sentito così prima.

Le ruote continuano a girare,
il batterista comincia a suonare,
Non so verso che strada sto andando,
Non so da che strada vengo.
 

Stringi la mia testa tra le tue mani,
ho bisogno di qualcuno che capisca.
Ho bisogno di qualcuno, qualcuno che ascolti,
ti ho aspettata, aspettata per tutti questi anni.

Per te, aspetterei fino alla fine del mondo,
fino al giorno, fino al mio ultimo giorno.
E dimmi che verrai, e mi libererai,
Dì soltanto che aspetterai, che mi aspetterai.

Nelle tue lacrime e nel tuo sangue,
nel tuo fuoco e nel tuo flusso,
ti sento ridere, ti ho sentita dire
”Non voglio cambiare una singola cosa”

Le ruote continuano a girare,
il batterista comincia a suonare,
Non so verso che strada sto andando,
Non so cosa sto diventando.

Per te, aspetterei fino alla fine del mondo,
fino al giorno, fino al mio ultimo giorno.
E dimmi che verrai, e mi libererai,
Dì soltanto che aspetterai, che mi aspetterai.
Dì soltanto che aspetterai, che mi aspetterai.
Dì soltanto che aspetterai, che mi aspetterai.
Dì soltanto che aspetterai, che mi aspetterai.





Da Dave. (wembley, 6/6/08)

10 06 2008

Distratto com’ero da Londra e dalla sua avvolgente bellezza, fino al momento in cui ho messo il piede nello stadio non mi ero reso ancora bene conto dell’evento a cui stavo per assistere.

06062008148L’ingresso nel Wembley è stato da mozzare il fiato, con tutto lo stadio vuoto, siamo rimasti senza parole di fronte a quella imponente struttura. Sui due maxischermi la scritta “Foo Fighters” è stata come uno schiaffo, finalmente stavo per vedere Dave in concerto. E un manifesto agli ingressi ci annuncia che verrano effettuate le riprese per un DVD live, altra cosa che ci emoziona tantissimo (non vedo l’ora che esca). 
E’ difficile spiegare quanto mi sia legato ai Foo Fighters in questi anni. L’amore nacque ai tempi del liceo, quando il mio amico Valerio mi disse che il batterista dei Nirvana aveva un gruppo tutto suo. Cuorioso com’ero, mi feci prestare un album da lui (ecco, credo fosse The Colour and the Shape, ma la mia memoria non mi fa ricordare precisamente perchè me li prestò poi tutti) e scoccò quasi immediatamente una scintilla, che però rimase lì, sopita. Qualche anno più tardi, e milioni di album ascoltati di qualsiasi tipo dopo, ai tempi dell’università cominciai letteralmente ad innamorarmi di Dave e soci, cominciando sempre più a rendermi conto di quanto questo gruppo mi rappresentasse, quanto riuscisse a mettere in musica i miei stati d’animo.

Musica. Se dovessi definire Dave con una parola, direi che quella sarebbe proprio “Musica”. Lui e i suoi mille progetti è l’incarnazione moderna del rock. Rock con la R maiuscola.
Finalmente ero lì, finalmente potevo vederli dal vivo, nel suo “big fuckin’ show”, come da sue testuali parole. L’evento che celebra i 13 anni di carriera.06062008158
Lo stadio comincia man mano a riempirsi  mentre i gruppi spalla (gli Against me e i Supergrass) fanno il loro show per riscaldare la gente. Non me ne frega niente, io voglio Dave, voglio lui e basta. L’emozione comincia a salire e non sento più la stanchezza di un giorno intero a camminare come i forsennati per tutta la città. Finalmente il momento arriva, una chitarra comincia a suonare fortissimo, ed ecco che lui entra, in forma smagliante, cammina sulla lunga passerella, ma sembra camminare sulla folla direttamente, e va a salutare tutti, quasi come se volesse farlo con ognuno di noi personalmente. Siamo al suo show, a casa sua, e lui lo dimostra così. Poi torna sul palco, e parte “The Pretender”, e lo stadio diventa una bolgia infernale. 86.000 (Ottantaseimila) persone che gridano, cantano, saltano e ballano insieme a lui, un palco che definire pirotecnico è riduttivo, e i primi quaranti minuti di concerto senza fermarsi un secondo, senza una sbavatura, una carica di adrenalina incredibile. C’è spazio per tutti i pezzi storici della band, tutte le canzoni più belle nelle due ore e mezza e passa di show. La parte centrale del concerto viene dedicata a “Skin&Bones” e i suoi pezzi acustici, con la presenza di Pat Smear e la band allargata.
06062008163 Ma è il suo show, gli altri, ad esclusione di Taylor (che regala un assolo di batteria sul palco rotante bellissimo), sembrano scomparire al cospetto di Re Grohl. E’ il suo show. Noi lo sappiamo benissimo, lui lo sa benissimo. Il cielo comincia a scurirsi, arriva la sera, e in uno stadio completamente illuminato di blu Dave cammina lento sulla passerella, mentre scandisce gli accordi di “Everlong”. Ora, provate ad immaginare questa canzone eseguita per la prima parte solo chitarra e voce, provate a immaginare ottantaseimila persona che cantano all’unisono, la pelle d’oca, i brividi lungo la schiena, gli occhi lucidi.

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No, non potete riuscire ad immaginarlo, non è possibile capire cosa significa una cosa del genere se non la si vive personalmente. Uno dei momenti più belli della mia vita, perchè è in quell’istante che capisco che mai più nessun concerto che vedrò sarà così. Con la mano ci indica ad ogni verso, lui sta dedicando quelle parole a noi. E noi tutti le dedichiamo a lui.

“And I wonder
When I sing along with you
If everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again

The only thing I’ll ever ask of you
You’ve got to promise not to stop when I say when
She sang"

Non mi fermerò, promesso. Nient’altro da aggiungere.

Momento di commozione che  passa, e Dave ci urla "you want more?", e come fai a dirgli no? Si ricomincia a tutta forza con altri pezzi meravigliosi. All my life su tutti, ma sono stato troppo felice che abbiano fatto anche “D.O.A.”, una delle mie canzoni preferite dei Foo Fighters, una delle canzoni che mi ha aiutato a riprendermi tante volte, a cui sono molto legato.
E si giunge così alla fine del concerto, con una Best of you strillata dall’intero stadio, altra emozione da pelle d’oca, altro momento da ricordare per sempre. Dave ci saluta, sullo sfondo del Wembley partono i fuochi d’artificio. Grazie di tutto Dave, grazie di tutto. Questo concerto te lo dovevo.

Rileggendo mi rendo conto che non sono per niente riuscito a rendere a parole quello che è stato effettivamente. E’ che tante cose non riesco proprio a descriverle, tante sensazioni sono state talmente forti e nuove che non riesco a trovare le parole adatte. Tutte quelle sensazioni rimarranno per sempre nel mio cuore custodite, ed in fondo è questo quello che conta di più.

 

 

Vi lascio con la mia ripresa di Everlong, che guardo adesso da solo, e piango come un bambino.

Grazie anche per questo Dave.

Everlong - Wembley Stadium.





Mind the Gap (Viaggio a Londra)

9 06 2008

Come si fa a raccontare le emozioni e le impressioni che si provano nella capitale del Regno Unito? E’ questa la domanda che mi sono posto prima di cominciare a scrivere questo post. Cerchero di non raccontare il viaggio per filo e per segno, ma di descrivere le sensazioni, le cose che mi hanno colpito di più, le emozioni provate in quest’altra dimensione.

Il set cinematografico.
Londra - Coventry St. Quando arrivi a Londra, la prima cosa che pensi è questa. Sembra tutto finto, sembra tutto costruito apposta, sembra quasi la scenografia di un parco di divertimenti. L’ordine per strada, la pulizia quasi maniacale dei marciapiedi. Il primo impatto è proprio così, non ci credi, non ci credi che quello esiste per davvero. E’ stato in quel momento che mi sono accorto che stavo in un’altra dimensione, in un altro pianeta. Immaginatevi zero automobili, e milioni di persone che si muovono ordinatamente –ma freneticamente- utilizzando il perfetto sistema di trasporti. Immaginatevi strade senza immondizia, e tutte le razze della Terra rappresentate. Il concetto di “multietnico” prende immediatamente senso, e la gente a Londra è bella, non c’è che dire. Estetica pura.

The Tube
Mio cugino Mirco e io nella Tube. Il titolo di questo post si riferisce all’avviso onnipresente ad ogni stazione, diventato subito il nostro tormentone. La metro a Londra è il suo apparato circolatorio, le sue vene e arterie. Scorre ininterrottamente, puntuale, frequente, veloce, e collega tutto. Un flusso continuo e inarrestabile, come il sangue nelle vene. E tu diventi subito uno dei globuli rossi (rosso come tutto, autobus, cabine telefoniche, cassette della posta). Ed è in quello momento in cui capisci che a Londra non hai per niente bisogno dell’automobile, ecco perchè se ne vedono così poche per strada (esclusi macchinoni pazzeschi nei quartieri più ricchi). Non c’è posto che non sia raggiungibile nel giro di 20 minuti. Rossa, gialla, verde, grigia, marrone, ogni linea ha il suo colore che va a completare l’arcobaleno di facce e colori che girano nella città.

Verde, come Hyde.
Londra - Hyde Park Il verde è un’altra delle cose che più stupiscono. Parchi bellissimi nel centro cittadino, gente che corre, biciclette, cani e scoiattoli saltellanti (non quelli che ci sono vicini ai cumuli di immondizia a Napoli, quelli proprio con la coda paffuta, carini…). Peccato per i pochissimi giorni a disposizione, perchè davvero valeva la pena di passare un’intera giornata a rilassarsi in uno di questi parchi. Ho immaginato di sedermi sul muretto del Victoria, accanto al Tamigi, con la mia chitarra, a suonare per un intero pomeriggio. Per ora rimarrà un sogno.

McDonald’s e i suoi mille figli.
Scordatevi di andare in un ristorante se visitate Londra. TroppoIo e Rizzo da McDonald's a Piccadilly costosi. Ecco perchè per tuttel e vie della città nascono fast food di tutti i tipi che offrono le peggiori porcherie (che sono ovviamente le cose più buone da mangiare). Fish’n’chips, pollo fritto, panini di tutti i tipi, cucine indiane, pakistane, malaysiane. E poi il classico caffè mattutino da Starbucks (che apriva alle otto precise, se ci vai cinque minuti prima ti dicono di aspettare), che faceva schifo, ma ci faceva sentire così tanto londinesi. Dopo il primo giorno, stava diventando pian piano casa nostra.

Big Ben, Trafalgar, Westminister e quel capolavoro della Riverside.
Londra - Big Ben Nel nostro vagare forsennato, quasi come se avessimo paura di perderci qualcosa, affamati di ogni piacevolezza che questa città potesse offrirci, siamo riusciti a visitare una buona parte delle zone più famose della City (anche se ci vorrebbero due settimane per vederla tutta, non certo tre giorni). I turisti sono ovunque, ma in giro c’è sempre una calma, un ordine, un silenzio (non ho sentito un solo clacson), che diventa piacevole girare a piedi, diventa quasi necessario.
Tower Bridge - Riverside Credetemi, andare sulla Riverside accanto al Tower Bridge a prendersi una pinta di birra è una cosa che farei tutti i pomeriggi della mia vita. Impossibile da spiegare quanto fosse bello quel posto, impossibile con le parole che conosco. Forse semplicemente non si può, bisogna andarci e basta.

Willy “Harrod’s” Wonka e la fabbrica di consumismo.
Una delle nostre tappe è stato il famoso centro commerciale (anche se mi sembra riduttivo definirlo così) Harrod’s. Un palazzone enorme, pieno di qualsiasi cosa. In realtà quando sei fuori non ti rendi conto di quanto sia sterminato, poi all’interno scopri che ci sono duecentomila reparti, e si vende di tutto (dai pannolini agli animali domestici, dai cd ai giocattoli, dai capi di alta moda alle mazze da golf).
Fantastica la sezione dedicata ai giocattoli, con i commessi che ne combinano di tutti i colori ai clienti, novelli Hoompa Loompa, ti sparano, fanno trucchi di magia, ti girano vorticosamente intorno con le loro scarpe a rotelle luminose. Sembrava davvero di essere all’interno di una fiaba.

”P’rrrobélllo”.
Io a Portobello Il mercato delle cianfrusaglie per eccellenza. Pieno di qualsiasi souvenir, chincaglieria, abito possibile e immaginabile. Anche qui sembra di essere in un’altra dimensione, ognuno con il suo abbigliamento assurdo (è comunque una via invasa dai turisti. Sabato mattina c’erano decine di italiani in giro), ognuno passa però inosservato, come se niente fosse. A Londra tutto è concesso.

Look Right –>.
Londra - Westminister Dopo mezza giornata che giri per la capitale UK ti senti già di appartenerle, cominci a conoscere la metro a menadito, cominci a sentirti parte di questo universo parallelo. E comincia quella strana sensazione da “trovo un lavoro e non ci torno più in Italia”. Londra ti strega, non puoi andartene, anche se alla fine sei obbligato a farlo. Non si può non amare, e non si può capire quanto sia bella se non ci vai direttamente. Londra è una città che va vissuta, va vissuta per sempre se possibile. Credetemi, per quanto mi sia sforzato, non sono riuscito a trovare nessun lato “oscuro”, nessuna cosa che non mi sia piaciuta. Una città costruita intorno all’uomo, una città che ti calza a pennello, come se fosse nata con il semplice scopo di poter essere vissuta. Che poi forse dovrebbe essere il senso, l’obbiettivo, il compito di ogni città. Abbiamo molto da imparare, troppo.

 

Missing You.
05062008126 Londrà mi mancherà, mi mancherà come se fosse stata una donna di cui mi sono perdutamente innamorato. Ci tornerò, prima o poi lo farò, per più tempo. Sono rimasto completamente stregato. Ancora oggi non riesco bene a rendermi conto di tutto quello che ho visto/vissuto. Spero vi sia piaciuto questo piccolo resoconto fatto di sensazioni, fatto di sguardi e di spiate dal buco della serratura. Ripeto, è un posto in cui bisogna andare per capire davvero dove ci si trova.

 

P.S. Domani parlerò della serata con Dave e del concerto più bello della mia vita (intendo anche quella futura).





London, missing you

8 06 2008

Il viaggio a Londra ieri si è concluso. Una città meravigliosa. Il concerto dei Foo Fighters è stato qualcosa di indescrivibile. Domani poi ritorno a Catania e con tutta calma mi metto a raccontare tutto. Senza parole. Senza parole.