Ernest camminava sul pontile. Era inverno da qualche giorno, il vento era freddo e tagliente. Si chiuse nel suo trench grigio, i capelli neri svolazzavano lenti al vento. Camminava piano. Persino il chiosco degli hot dog aveva chiuso, così come la bancarella dei palloncini. A quell’ora del pomeriggio, con il sole che tramontava lento, non era più tempo per comprare palloncini. Ernest forse ne avrebbe comprato uno. Raggiunse dopo qualche minuto la parte finale del pontile bianco, il mare era calmissimo e il sole distendeva il suo riflesso sulle leggere increspature dell’acqua, quasi si stesse riposando da una giornata di fatica. Il vento fischiava nelle sue orecchie. I suoi occhi neri si muovevano seguendo il volo di un gabbiano, la sua traiettoria lo rilassava, lo rendeva tranquillo. Ernest infilò una mano nella sua tasca, prese il pacchetto di sigarette e ne prese una. L’ultima. Accartocciò il pacchetto e lo gettò nel cestino poco lontano. Poi si sedette sulla panchina del pontile, registro di mille storie d’amore, mille firme, mille date. Accese la sigaretta, e cominciò a fumarla, sempre piano, quasi fosse l’ultima della sua vita. Il gabbiano venne a posarsi sulla sua panchina, proprio accanto a lui.
<<Amico mio>>. Gli disse.
Il gabbiano sbatté ancora un attimo le ali, poi scese dalla panchina saltellando. Ernest sorrise guardandolo, e rimase colpito. Era così tanto tempo che non sorrideva così, sinceramente. Poi venne lei, e si sedette.
<<Ciao Ernest>>.
Si era seduta accanto a lui, facendo volare via il gabbiano, che riprendeva il suo giro alla ricerca dell’ultimo pasto del giorno.
<<Ciao piccola>>.
Disse guardandola.
<<Ti preferivo quando avevi smesso di fumare>>.
<<E’ l’ultima di un pacchetto che ho comprato il giorno che te ne sei andata via, e probabilmente l’ultima della mia vita>>.
Lei prese la sua mano, e buttò via la sigaretta, poi gliela strinse forte.
<<Mi dispiace, capisco cosa vuol dire stare senza di me>>.
<<Io mi chiedo soltanto perché sia dovuta andare così, non riesco a spiegarmelo. E ora mi sento perduto, smarrito>>.
<<E’ normale Ernest…>>.
<<Normale? Tutti gli amici mi dicono che è normale, tutte le persone a cui voglio bene mi rassicurano, mi danno pacche sulle spalle. Io non lo sopporto, non sopporto la loro sofferenza, non riesco a credere ai loro pensieri tristi. Perché non saranno mai tristi come le mie lacrime…>>.
<<Non hai mai pianto, non prendermi in giro>>.
<<Non ho mai pianto con gli occhi. Sì è vero>>.
<<Ce la puoi fare ad andare avanti?>>.
<<Che diavolo di domanda è Lucy, che diavolo di domanda è? Sai perché ero venuto qua a quest’ora?>>
<<Non voglio neanche sentirtelo dire, non voglio>>.
<<Tutto questo non è giusto, io non riesco a capire il perché. Perché è dovuto capitarmi tutto questo? Perché a noi?>>
<<Non lo so Ernest, non lo so neanche io. Vuoi sapere se sono triste ora che siamo lontani?>>
<<Lo sei?>>
<<Più di quanto tu possa immaginare.>>
<<Lo dici con una tale tranquillità che mi è difficile crederti, veramente.>>
Lei si offese, girò la testa dall’altro lato e incrocio le braccia. In lontananza, dall’altro lato della baia, cominciava a piovere, si vedevano i lampi. Il vento era diventato più fresco.
<<Tu sei un idiota Ernest, lo sai cosa ho provato per te…>>
<<E allora perché sei andata via, perché mi hai lasciato solo. Non posso rimanere qua a piangere da solo questa situazione.>>
<<Torna a casa Ernest, girami le spalle un’ultima volta e continua per la tua strada. E’ ancora lunga quella che devi percorrere, e so che sei abbastanza forte da potercela fare. Tu sei il più forte di noi due e, se devo essere sincera, io al tuo posto mi sarei già buttata da quel pontile. E invece tu sei ancora qua.>>
<<Io non ce la faccio, capisci Lucy? Da solo non ce la faccio, non penso di poter dimenticare.>>
<<Lo farai, attraverserai l’Inferno, ma poi passerà. E tutte le pene, le ferite, le lacrime ti renderanno ancora migliore di quello che sei.>>
Gli avvicino una mano al volto, facendogli una leggera carezza. Quella mano calda, quella carezza assaporata tante volte, e tante volte Ernest non ci aveva fatto caso. Ora, dopo tanto tempo che gli era mancata, si rendeva conto di quanto fosse bella anche solo una semplice carezza. E gli tornarono in mente molti momenti insieme, momenti felici, che gli facevano male alla testa, al cuore.
<<Io ti…>>
<<Shhh>> Disse lei, avvicinandogli l’indice alla bocca. Poi si alzò e si incamminò alle spalle di Ernest, sparendo nella nebbia serale che ormai era scesa a ricoprire tutta la baia. Ernest era rimasto immobile. Si alzò, e camminò lentamente verso il parapetto del molo. Si fermò un attimo, e in quel momento la sua vita con Lucy gli rimbalzava da una parte all’altra della testa. Era come vedere un film in fast forward. Si voltò di scattò e cominciò a camminare sul molo, lentamente.
La pioggia iniziò a cadere piano piano, minuscoli aghi freddi che colpivano la faccia di Ernest. Una smorfia di sofferenza, poi i denti stretti. E finalmente Ernest poteva piangere, poteva soffrire, la pioggia avrebbe nascosto quelle lacrime a lungo trattenute. L’aveva ascoltata, un’ultima volta.
Dieci giorni prima Lucy era morta.



